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Il liberatismo massonico, che tranne poche voci oneste è stato fino a ieri l'unico arbitro della Storia del Risorgimento italiano, falsando e mutilando documenti, sfigurando uomini e fatti ed asservendo anche la menzogna e la calunnia alla propria tesi, alla fondamentale idea preconcetta, non ha mai perdonato a Giacinto De Sivo, la indipendenza di giudizio e la fermezza della convinzione, in nome delle quali, scrivendo la storia delle Due Sicilie, egli si appella, più che al presente faziosamente contrario all'avvenire penetrato dalla necessità del rigore obbiettivo e assetato di luce genuina.
Mentre si giurava sulle parole di uno storico di equivoca fede, il quale aveva tutto l'interesse personale di scodellare una narrazione ad usum Delphini; mentre nessuna critica investiva la tutt'altra che serena Protesta di Luigi Settembrini, ritenuta la Magna Charta del liberalismo, il nome di Giacinto De Sivo, ombra modesta di rampogne, era aduggiato dall'oltraggiante malafede e dalla gelosia ingiuriosa.
Ma vivaddio! la verità ha le sue improgabili esigenze e la storia le sue implacabili vendette, le quali se si fanno attendere, non sono per queste meno certe e sicure. Il fondo del mare non si sonda dallo sguardo umano, quando i flutti sono commossi dalla tempesta: così quando imperversa il vento delle passioni che sconvolgono l'anima, la verità sugli eventi e sugli uomini non balza nel suo vero rilievo.
Oggi a tanti anni di distanza, mentre la setta giudaica, che è stata la
sventura suprema d'Italia, (1) è stata ricacciata nel proprio oscuro covo, la singolare e nobile figura di Giacinto De Sivo, si aderge sulle ire di parte che ne contrastarono la vita, e reclama la sua giusta valutazione.
In Maddaloni, nel castello che aveva appartenuto ai Carafa, nasceva nel 1814 Giacinto De Sivo da antica e patrizia gente di quella terra.
Quel vetusto castello era stato acquistato dall'avo del futuro storico del Reame di Napoli, un Giacinto De Sivo che era stato nel 1797, uno degli eletti (2) di Maddaloni.
I suoi due figli Antonio ed Agnello appartennero al Regio esercito borbonico e seguirono Ferdinando IV in Sicilia, ma dei due il secondo per una caduta da cavallo dovette lasciare le armi, mentre il primo Antonio, essendosi distinto nella campagna di Roma nel 1798, nell'assedio di Capua e nel governo della Capitanata, raggiunse il grado di generale.
Fu un soldato veramente valoroso, e gli stessi avversarii ne riconobbero lo zelo, la rettitudine e il coraggio. Una lapide scritta in latino tramanda in Maddaloni il suo nome.
I De Sivo avevano addirittura trasformato in un sito incantevole il diruto castello dei Carafa. Francesco I, saputane la bellezza, vi si recò due volte, la prima nel 1827, e la seconda nell'anno successivo con Maria Isabella e con la principessa Cristina, che fu poi Regina di Spagna.
Ferdinando II, fu ospite, di quel Castello nel 1846 con tutta la sua famiglia. Strano e misterioso destino. La battaglia che decise non solo la fine della dinastia di Ferdinando II, ma anche quella del Reame delle Due Sicilie, fu combattuta proprio a Maddaloni ai piedi del castello De Sivo, ove Bixio oppose l'estrema resistenza all'assalto disperato delle truppe borboniche. che leoninamente si batterono con le armi garibaldine, i caduti delle quali furono eternati nel ceppo commemorativo che quivi sorge.
Giacinto De Sivo ( fu uno dei più affettuosi discepoli di Basilio Puoti, la cui scuola con l'amore della classica purezza di nostra lingua, destava in pari tempo nell'anima della gioventù l'amore d'Italia.
Puoti(x), che morì in disgrazia della Corte appunto per i suoi malcelati sensi liberali, non godeva fama di santo presso la polizia borbonica, e con lui gran parte dei suoi discepoli che più o meno, da Luigi La Vista, a De Santis(xx), a Settembrini, a Spaventa, parteciparono al moto di rinnovamento politico. Sicché non è meraviglia che anche Giacinto De Sivo fosse guardato con gli occhi grifagni del sospetto. Nonostante che appartenesse ad una famiglia devotissima alla Casa Regnante, fu salvato dall'essere iscritto sul libro nero degli attendibili solo in virtù dell'influenza che i suoi vantavano nelle alte sfere.
Certo non era un soddisfatto del presente. Egli sentiva tutta la forza progressiva dei nuovi tempi, e se non approvava le rivoluzioni come mezzo per ottenere le riforme, (e in questo la sua concezione politica non era difforme da quella del grande Carlo Trova, che fu primo ministro della costituzione del 1848) non per questo negava la necessità sul regno di Napoli di una sostanziale riforma politica.
Moltissime cose avversava, non facendo un mistero di tale avversione e paventando i pericoli futuri, nell'andamento del governo di Ferdinando II. Odiava, tra l'altro, l'esercito svizzero, esercito mercenario che troppo gli rammentava quegli eserciti stranieri a servizio degli Stati italiani, e che avevano costituito il disdoro e la ruina della Nazione.
Cattolico convinto nell'essenza ideale e immanente della religione, vedeva di mal occhio l'ingerenza assoluta del Clero negli affari pubblici e gli abusi, spesso ridicoli della Polizia fomentanti rivolte, e sopratutto quell'oscuranticlica costrizione dell'intelletto, per cui l'ingegno napoletano era condannato a isterilissi in una chiostra limitatissima di azione, privo di quella libertà che è il lievito indispensabile della civiltà di un popolo.
La rivoluzione del 1848 non trovò, quindi, Giacinto De Sivo tra i tepidi spiriti: solo quando con la fatale giornata del 15 Maggio naufragarono le speranze dei liberali egli non esitò a rimproverare tanto al Governo quanto a quella parte gli errori e le colpe che erano stati la causa per cui quel ciclo politico si era miseramente esaurito.
Tutti sanno che il secondo Congresso degli Scienziati tenutosi in Napoli non fu solo un convegno, dirò così, accademico, ma un convegno politico. Sotto il pretesto della Scienza, che pure ebbe nella nostra classica terra una suprema affermazione e consolidò al cospetto dell'Europa la fama dei maggiori uomini d'intelletto napoletani, quel congresso fu il punto di ritrovo di tutti gli intellettuali d'Italia, infervorati dell'idea liberale. Ferdinando fece loro solenni accoglienze, di cui più tardi si pentiva, ma Giacinto De Sivo, entusiasticamente inneggiando al singolare avvenimento, offerse in onore degli scienziati italiani un gran pranzo nell'avito castello di Maddaloni.
Un altro aneddoto varrà meglio a lumeggiare il suo carattere: Egli, l'ho detto innanzi, mal tollerava le armate svizzere, prepotenti e spavalde che ebbero come tutti sanno fine miseranda sul campo di Marte(3) , poco innanzi il crollo della dinastia borbonica. Una sera, nel teatro di Maddaloni(4), che sorgeva appunto su una zona di territorio di proprietà dei De Sivo, gli Svizzeri del 2° reggimento, avvinazzati ed arsi di mala brama, pretendevano di restar soli per darsi, senza testimoni, bel tempo con le procaci forosette dell'antica terra della Campania. Giacinto De Sivo insorse fieramente contro quella pretesa, e poiché scoppiò un pandemonio con insulti e minacce da parte dei figli degeneri di Guglielmo Tell, egli gridò con quanto fiato aveva nella gola, di intendere, schiaffeggiando il Colonnello, di schiaffeggiare tutta l'armata svizzera al servizio del Re di Napoli. Il giorno dopo avvenne il duello. De Sivo fu messo agli arresti nel Palazzo Reale, ma a lui, non pentito di quella nobile asserzione dignitosa, tutti gli strinsero la mano, a cominciare dallo stesso Re, che in fondo subiva gli Svizzeri come un male necessario.
La sua indipendenza di carattere nonostante la devozione dei componenti della famiglia alla dinastia, non gli rese nè felice nè rapida la carriera. Difatti egli dopo essere stato componente la Commissione dell' Istruzione Pubblica in Terra di Lavoro, era solo consigliere d'intendenza di questa Provincia, quando Francesco Secondo, a riparare l'ingiustizia del trattamento, dovuto alle camerille(5) che imperavano a Corte, lo nominò Sottointendente di Nola, ufficio che in sostanza non occupò, perché fu chiamato a ispezionare tre province.
Non si era doluto nella sua mediocre fortuna nella carriera amministrativa, mirando ad altre vette. Al <<Fiorentini>> le sue tragedie, che pure nella imitazione di Alfieri, di Monti, e qua e la di Byrone di Victor Hugo, avevano un'impronta personale e bellezza di versi e d'immagini.
Gedeone, la figlia di Ieffe, La cena di Alboino, Florinda di Algezira, venivano rappresentate da Adamo Alberti, da Luigi Marchinne, da Tomaso Salvini, da Faeny Sadowochi, che volle regalare all'autore un suo bellissimo ritratto a incisione su rame, erano favorevolmente accolti dal pubblico napoletano e lodate senza riserve dal mondo letterario.
Ricordo che il Duca di Maddaloni, spirito satirico per eccellenza, reputava La Cena di Alboino un capolavoro, e nello stesso tempo, facendo un paragone tra quella tragedia e alcuni drammi di Pietro Cossa, usciva in frasi poco benevoli per l'autore di Nerone, di Messalina e dei Borgia.
Un suo romanzo storico, ignoto forse alle nuove generazioni che delirano, corrompendosi fino alla midolla delle ossa, di uno sfacciato esibizionismo letterario a base di pornografia, Corrado Capece Storia Pugliese dei tempi di Manfredi, stabilisce, attraverso episodi coloriti splendidamente dalla fantasia e ricchi di drammaticità la verità storica sul grande e infelice Re Svevo, così falsata dall'intemperante ed orgiastico ingegno di Francesco Domenico Guerrazzi.
Antonio Tari, in una di quelle lezioni che erano sempre un avvenimento destinato a non più rinnovarsi, disse senza esitazioni di preferire il <<Corrado Capece>> a tutti i romanzi storici di quell'epoca.
Opera di vero archeologo è la Storia di Galazia Campana e di Maddaloni(xxx). Teodoro Mommsen la giudicò lavoro perfetto per rigore di ricerche e per valore di dottrina, ed era già morto Giacinto De Sivo, quando, alla sua venuta in Napoli, il sommostorico di Roma volle visitare i luoghi illustrati così splendidamente dall'insigne figlio di Maddaloni.
Giacinto De Sivo era in continua corrispondenza epistolare coi maggiori letterati del suo tempo e soprattutto con Manzoni, Niccolini, Cesare Cantù. Aveva già pronto per le stampe un libro sull' Ufficio dell'uomo in affari, quando gli capitò tra mano un libro del Conte Solara della Margherita ministro di Piemonte prima di Cavour, il quale libro portava il medesimo titolo.
Bastò questo per farglielo senz'altro distruggere.
La rappresaglia politica si accanì contro Giacinto De Sivo che fu destituito in omaggio alla pubblica opinione. Poco innanzi la memoranda giornata, che fu l'epilogo del Regno delle Due Sicilie, il castello di Maddaloni veniva occupato dalle truppe garibaldine. Trecento sgherri, a cui malamente era stato affidato quell'incarico, devastarono ogni cosa. Giacinto De Sivo, scambiato per il Commissario Campagna, fu condotto in Napoli e guidato in prigione dalla Sangiovannara, la virago della Rivoluzione, che gli puntava le pistole sul volto. Dopo quattro giorni fu scarcerato dal Commissario Davino, che gli fece le più ampie scuse per non aver riconosciuto l'autore delle applaudite tragedie. Lealtà di uno sgherro! Dopo non molto fu imprigionato una seconda volta e tenuto due mesi in carcere senza giudizi. Ma la pubblica opinione, proprio quell'organo che s'invocava alla coonestazione il diritto della forza e non la forza del diritto levò alta la voce contro tale condotta ed ebbe per centro proprio i capi più autorevoli del movimento liberale -non contaminati dalla retorica sua- Tra questi vi fu un onesto piemontese, Francesco di Mauro, che enumerò con precisione, stigmatizzandoli, i danni subiti nella persona e negli averi dall'insigne scrittore.
Roma lo accolse, Roma non ancora italiana, primo rifugio del postremo borbone. Nella Città eterna, lo Spirito di Giacinto De Sivo trovò conforto nella meditazione, e scrisse un breve libro, sotto la sferza della concitazione che gli batteva il cervello: Napoli al cospetto delle Nazioni cicili, dove è tutta la visione del complesso problema della questione meridionale, storia, requisitoria, vaticinio, dove sono le linee fondamentali del programma, che dopo più di mezzo secolo di politica dissolutrice viene sapientemente attuato dal provvido Governo Nazionale, che ha fatto realmente l'unità della Patria. In questo Giacinto De Sivo è un precursore.
La storia del Regno delle Due Sicilie, il segnacolo in vessillo del liberalismo massonico, di cui era documentata la mala fede; fu scritto in Roma, in quattro anni ed io ho avuto la ventura di vederne il nitido manoscritto.
A parte giudizi ed apprezzamenti di cui non tutti sono in armonia con la nostra coscienza d'Italiani, quella storia, così diversa da quella di Pietro Colletta e di un altro storico cesareo più a noi vicino, è la degna continuazione dell'opera dei nostri insigni storiografi patri e resterà pensose molte generazioni. Libro di passioni si, ma di passione forte, che piace, di passione non torbida e non tale da perdere obbiettività di vedute e serenità di giudizio sì da trasformare l'austero ufficio dello storico in un astiosa concione. Se fosse letto e meditato, molti comprenderebbero nella loro natura vera certi fatti odierni, che fino a ieri furono mal compresi o compresi a rovescio, fatti non isolati, arbitrarii e transitorii, ma illazione fatale di un fedele sillogismo della Storia.
Palpa piaghe profonde, e spesso la verità è a danno degli stessi Borboni, di cui difende la causa, e che a suo giudizio non compresero i tempi come quando come quando parla del 48, di Agesilao Milano e del breve periodo di Francesco II, che tardi comprese gli antichi errori che ebbero il loro epilogo nel consiglio di Liborio Romano.
Confrontate quelle pagine con altre scritte con apposte finalità, e giudicherete nel suo vero valore la Storia di Giacinto De Sivo.
Pio IX gli aveva ordinato una grande opera I miracoli del Papato opera storica filosofica, apologetica, a cui Giacinto De Sivo si era tutto consacrato con fervore crescente. Ma che la morte troncò inopinatamente.
A cinquantacinque anni egli moriva... e la sua morte è tutt'ora avvolta nelle ombre del mistero.
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(x) Il marchese Basilio Puoti (1782-1847) aveva una fiorentissima scuola a Napoli ed era seguace esclusivo del purismo, che propugnava la purezza della nostra lingua e la purezza vedeva solo negli scrittori del '300 e del '500: scuola angusta ma pur ricca del senso della nostra tradizione nazionale.
Allievo del Puoti fu anche Filippo Iuliani da Cerreto. Riporto il suo profilo così come tracciato da Vincenzo Mazzacane nelle "Memorie Storiche di Cerreto Sannita - PROFILI DI CERRETESI - Libreria Scientifica Editrice - Napoli 1954 (Arch.Privato Orsino):
FILIPPO IULIANI, figlio di Nicola e di una sorella di Andrea Mazzarella, Nicoletta, ultimo di sua famiglia, nato occasionalmente a Napoli il 23 maggio 1817, e battezzato nella chiesa dell'Ospedaletto, allievo del Puoti, gentile e sventurato poeta, visse, dopo la morte del padre, modestamente in Cerreto, dove insegnò lingua francese nel Seminario e belle lettere privatamente. Morì quasi povero e cieco. Lasciò molti versi di occasione, in opuscoli e fogli volanti, come: "Per le fauste nozze di S.A. Reale Francesco M. Leopoldo Duca di Calabria con M. Sofia Amalia" (Napoli, Fibreno, 1859); "Per l'inaugurazione della stazione del telegrafo elettrico in Cerreto" (Napoli, Nobile, 1862); "Augurio per Capodanno 1870", inno augurale al barone Vincenzo Pescitelli, (Napoli, Nobile 1870); "A Sua M. Umberto I" (Cerreto, Lerz, 1887); "In morte di G. Mazzacane" sonetto 1887).
Il Rotondi menziona un altro opuscolo del 1854 "Sospiri e ghirlande" contiene nella prima parte 46 sonetti e nella seconda componimenti in varie rime, quasi tutte di occasione, al padre, allo zio Giacomo, al Mazzarella, e aggiunge che molte poesie lasciò manoscritte e che verificò anche in francese (133) [nota 133- Parecchie se ne conservano in Collezione Mazzacane, Cerreto, ove è conservata anche qualche sua lettera. Fra i versi, anche quelli per la morte dello zio Andrea Mazzarella, pubblicati in Mazzacane, "Andrea Mazzarella", Benevento, tip. Forche Caudine(1909). Altri versi si leggono in pubblicazioni di occasione]
(xx) Francesco De Sanctis (nato a Morra Irpina il 1817, morto a Napoli il 1883), venuto fanciullo a Napoli dalla nativa Morra, dopo il corso "ginnasiale", passò agli studi liceali e di legge dal 1831 al 1834. In quest'ultimo anno incominciò a frequentare la scuola di Puoti. Si riporta appresso un brano tratto dalla <<Giovinezza>> del De Sanctis che è un frammento della sua autobiografia, pubblicato dopo la sua morte, dal suo discepolo Francesco Villari, il 1889. Il brano, come una cronaca giornalistica televisiva di oggi, ci mostra dal vivo, narrata direttamente da uno degli interessati, una giornata di scuola di così insigni uomini (e quindi possiamo ben inquadrare anche il nostro Giacinto De Vivo) compagno di scuola del De Sanctis.
(xxx) E' un testo di 400 pagine suddiviso in quttro libri per complessivi 58 capitoli. Inoltre comprende 29 documenti e 4 tavole. Trascrivo di seguito l'indice da cui è possibile farsi un'idea della completezza e vastità dell'opera. Un originale del testo si conserva presso il mio archivio e risale, come dalla data della prefazione, al 15 maggio 1865.
LIBRO I° - STORIA ANTICA (Quanto furono Galazie - Quale fu la regione Campana - Sito di questa Galazia - Le sue monete - Venuta de' Romani - L'inganno Caudino - Altri fatti delle due Galazie - Il Castel Galazio e Maddaloni - Galazia prefettura - Stato di colonia - La via Appia - Antichi monumenti - Altre lapidi - Il tempio di Diana a Cervino - Ultimi tempi romani - Principii del Cristianesimo - Ricapitolazione).
LIBRO II° - MEDIOEVO (Vandali, Goti, Greci, Franchi e Longobardi - Il Ducato di Benevento - I Saraceni ardono Galazia due volte - Galazia rifatta - I principii di Maddaloni - Origine del suo nome - Imprese dell'Università - Ultimi tempi di Galazia, e incremento di Maddaloni - Seguito de' tempi Longobardi - I Normanni - Gli Svevi - Pripi tempi Angioini - I diritti fiscali dati a casa Sabrano - Gli Ungari a Maddaloni - Due re Luigi con eserciti a Maddaloni - Gli Artus hanno in feudo Maddaloni - Costruzione della torre rotonda sul castello - Ottino Caracciolo)
LIBRO III° DOMINAZIONE FEUDALE DE' CARAFA (Regno d'Alfonso e incendio del castello di Maddaloni - Diomede Carafa, primo conte di Maddaloni - Giantommaso, secondo conte - Diomede II°, terzo conte - Diomede III°, primo duca, e la moglie Roberta - Maurizio I°, Diomede IV°, e Marzio II° - Diomede V° - Tempi di Masaniello - Ultimi anni di Diomede V° - Marzio III° , e Carlo - Marzio Domenico IV°, e venuta di Carlo Borbone - Carlo II°, decimo duca - L'ultimo duca - Fine de' Feudi)
LIBRO IV° TEMPI E COSE PRESENTI (Proemio - Chiese comunali - Chiese regolari - I canonici e le chiese parrocchiali - Congregazioni laicali - Cappelle - Eremitaggi - Notizie statistiche - Gli ultimi cinquant'anni - La rivoluzione del 1860 - Appendici e correzioni)
DOCUMENTI (Estratto dall'archivio de' Domenicani. Inedito - Estratto dal monastero della Cava . Diploma di Giovanni, vescovo di Caserta dal 1158, che concede ai Benedettini di Cava le chiese S.Maria e S.Marciano in Cervino - Pergamena di S.Maria de' Commendatis. Inedita. - Altra carta trovata nell'archivio de' Domenicani. Inedita. - Estratto dall'archivio della Cava. Diploma di Guitelgrima. Inedito. - Diploma di Roberto II, principe di Capua, concedente terre attorno Galazia nel 1119 - Estratto da Montecassino. LIBELLUS DILATI IUDICII, SIVE NOTIZIA JUDICATI de terra hac fundo sito in Matalone ec. - Decreto di re Roberto che conferma a Maddaloni la promessa d'esser sempre di regio demanio. Inedito. Estratto dal Grande Archivio, ex regesto: Robertus 1315 ec. - Donazione a Pasquale de Parma del 1277. Estratto dal Grande Archivio. Inedito. - Concessione a Sabrano del 28 gennaio 1304. Dal Grande Archivio. Inedito. - Diploma di Roberto che obbliga i Maddalonesi a pagare i diritti fiscali al Sabrano. Dal Grande Archivio. Inedito. - Diploma di Carlo Illustre pel feudo Amatricio, del 1323, dal G. Arch. Inedito. - Ordine di re Roberto pel nuovo maestro giurato in Maddaloni. 1330, dal G.Arch. Inedito. - Ordine di Almerigo pel maestro giurato in Maddaloni 1344, dal G.Arch. Inedito. - Ordine di Giovanna 1a pel feudo di Giovanni Russo, 18 agosto 1346. Inedito, dal G.Arch. - Prima concessione del feudo agli Artus. 11 maggio 1390. Inedito - Diploma per la dote di Giovanna Gaetani a Carlo Artus. 8 giugno 1391, dal G.Arch. Inedito. - Pegnorazione di Maddaloni a Attino Caracciolo, 12 febbraio 1413. Inedito. - Privilegio di Ferrante I° a Pietro de Mandrago, 14 agosto 1448. Inedito. - Estratto dal G:Arch. Libro de' fuochi, n. 112, del 1595. Inedito. - Concessione di Maddaloni e altre terre a Diomede Carafa, dal G.Arch. Inedito. - Diploma del 6 aprile 1558 che da al conte di Maddaloni titolo di duca. Inedito. - Sentenza pel dazio in Caserta, 1597. - Parlamento dell'Università del 28 maggio 1620 pel donativo al duca.Inedito. - Sentenza del S.R.C. pe' confini tra Caserta e Maddaloni - Sentenza della Commissione feudale - Decretum Divisionis parocchiarum per confines - Diploma di Federigo II° per Montevergine. 1206. - Deliberamento decurionale per la costruzione d'un quartiere.
TAVOLE (Peutingeriana - Monete - Iscrizione - Imprese)
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