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Roma. E’ l’ombra di Totò che ancora perseguita Oscar Luigi Scalfaro. A Budapest il presidente ha fatto un commosso elogio dello spazzino, tratto da “A livella”, poesia del grande De Curtis. Un elogio che in realtà testimonia un vecchio incubo. I fatti. Sono, si ricorda nel libro “Scalfaro, una vita da Oscar”, le ore 15 del 20 luglio 1950, quando il trentaduenne Oscar Luigi entra da “Chiarina”, trattoria di via della Vite a Roma, con l’amico onorevole Sampietro. Ignorava che a un tavolo era giàaccomodato il destino, incarnato dalla bella Edhit Mingoni Toussan, trent’anni, accompagnata da due amici. Pochi minuti e accade il fattaccio. La signora, tormentata dal caldo, si toglie un corto bolerino , rivelando le spalle nude. A fronte di una simile offesa al comune senso del pudore, Oscar si alza dal suo posto, attraversa la sala e tuona: “E uno schifo! Una cosa indegna e abominevole! Lei manca di rispetto al locale e alle persone presenti. Se è vestita a quel modo è una donna disonesta. Le ordino di rimettere il bolerino !” E l’onorevole Sampietro ci mette il carico: “Lei, signora, così vestita è una bestia!”.
Altri si sarebbero intimoriti, ma la signora, orgogliosa militante del Msi, ha il suo carattere e risponde per le rime. Oscar non tollera. Si precipita fuori e, perbacco, torna con due poliziotti, i quali, ammirati e confusi, portano tutti al commissariato. La situazione precipita. La signora Toussan sporge querela. Il giorno dopo i giornali si scatenano, e mell’episodio, già colorito, i cronisti aggiungono un tocco di fantasia, descrivendo un ceffone mai dato di Oscar alla signora. Il 14 novembre lo scandalo si trasforma in dibattito parlamentare. Il ministro competente Scelba, già in lotta contro i bikini, è diplomaticamente assente. Oscar prende la parola, con un virtuosismo retorico definisce la bella Edith una “donna che non è più privata”, ma nella foga ahimé ne coinvolge indirettamente anche il padre, il colonnello dell’aviazione grand’ufficiale Mingoni, sessantasette anni, frequentatore dei circoli aristocratici della capitale. Il colonnello, uomo all’antica, non sta lì a pensarci e la sera stessa sfida a duello il futuro presidente della Repubblica. I due padrini, per due giorni cercano inutilmente e ovunque lo sfidato. Alla fine, stremati, lasciano all’ufficio postale
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della Camera il “cartello di sfida cavalleresca”. I giornalisti già pregustano lo spargimento di sangue, ma Oscar li delude dichiarando che sarebbe poco serio accettare, e poi “per obiezione di coscienza” non può accettare l’idea di battersi con le armi.
La sfida viene ribadita dal marito della signora, il capitano Aramis Toussan, ma Oscar, vieppiù per il programmatico nome dello sfidante, insiste a negarsi. E’ a quel punto che entra in scena Totò, con una lettera aperta all’Avanti, firmata Principe Antonio Focas FlavioCommeno De Curtis . “Ho appreso dai giornali che Ella ha respinto la sfida a duello inviataLe dal padre della signora Toussan, in seguito agli incidenti a Lei noti. La motivazione del rifiuto di battersi da Lei adottata, cioè quella dei princìpi cristiani , ammetterà che è speciosa e infondata. Il sentimento cristiano, prima di essere da Lei invocato per sottrarsi a un dovere che è patrimonio comune di tutti i gentiluomini, avrebbe dovuto impedire a Lei e ai Suoi Amici di fare apprezzamenti sulla persona di una Signora rispettabilissima. Abusi delk genere comportano l’obbligo di assumere le conseguenze, specialmente per uomini responsabili, i quali hanno la discutibile prerogativa di essere segnalati all’attenzione pubblica, per ogno loro atto. Non si pretende da Lei , dopo il rifiuto di battersi, una maggiore sensibilità, ma si ha il diritto di esigere che in incidenti del genere, le persone alle quali il sentimento della responsabilità morale e cavalleresca è ignoto, abbiano almeno il pudore di sottrarsi al giudizio degli uomini, ai quali questi sentimenti e il coraggio civile dicono ancora qualcosa”. In altri termini, taccia.
Quanto al giudizio del tribunale non ci sarà mai. La domanda di autorizzazione a procedere giacque per quattro anni nei cassetti della relativa commissione parlamentare, della quale Scalfaro era membro, finché un’amnistia sui reati minori estinse il tutto. Allora, si capisce, l’amnistia non era ancora una “soluzione estintiva che non risponde a canoni di giustizia”, come oggi affermato nei comunicati delQuirinale.
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